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martedì 9 febbraio 2010

Frida & il dobermann


Frida è una bimba buona,
ride e gioca in giardino, raccoglie dei fiori,
poi li posa sopra le orecchie del suo dobermann.
Quando canta l’angelo ingenuo il cane ringhia,
ché lui vede attraverso il vetro del futuro:
ed oltre il muro, centinaia di pederasti,
sovrapprodùcono quintali di sperma acido.
Che non feconda più l’utero della terra,
ma corre in tubi di banche aride di ortiche,
com’è l’onanismo itterico ed economico,
che ammala le cicatrici fino alla foce.
Le bocche ci vomitano, di fango e pece
si bagnano i seni di madri in favelas
costrette come insetti. E Frida è piccola e rosa
- risplende un sole giallo in neon sulla sua casa -
e il dobermann saliva simile a petrolio,
ché spreme nel cervello le ossa del mercato.
Grida di cravatte dai grattacieli:
«Decostruiamo il mondo» in metallo arrugginito
«e strappiamogli di dosso le sue biomasse,
che assomigliano a liquami, a liquidi e sangue
che si creano e corrodono tutta la terra.»
Sebo riposa sull’erba come rugiada
distesa al suolo, nuovo di petali e acciaio,
e schiaccia l’aria come del sudore nero,
ci getta fumo di feci da lunghe fabbriche.
Così ora le applaudono con grandi valanghe
- già! quelle creature di nebbia così solide –
gli adoratori dél neodolore dell’euro,
gli irrazionali servi dei denti del dollaro.
C’erano le stelle che bruciavano zolfo
questa notte, e ciminiere malate sotto,
con le loro unghie di ghiaccio, e lamine fredde
aspettavano l’altoforno del mattino;
ma il sole ride, con mille lingue di muco
si è ribellato e bercia sarcastico Morte!,
a tutti quanti gli uomini umide formiche,
rifugiati entro i rifiuti dei formicai
come in una catastrofe.

Questa poesia è stata scritta per una mostra allestita a Fabriano (dal 1 aprile 2007) in occasione di una iniziativa sulla Decrescita, ovvero la corrente per una "decolonizzazione" dal pensiero economico capitalista che si pone oltre il concetto di sviluppo sostenibile. La poesia era esposta insieme al disegno di un dobermann come scarabocchiato dalle mani di una bambina. Una cosa è certa, la questione ambientale non è più rinviabile. A livello metrico, ho optato per una struttura costituita soprattutto di versi lunghi a tredici sillabe, per avvicinarsi a un ritmo narrativo, ovvero: sfumato verso la prosa. Nel finale la poesia si scioglie nella filastrocca del settenario.

25/04/2007

lunedì 8 febbraio 2010

Post-industria?


L: Credi ancora nella necessità del conflitto di classe? N: Credo che esista ancora una classe lavoratrice sfruttata che ha bisogno di dignità e diritti.L: Ma, la lotta di classe? N: Dipende dalla borghesia. Una borghesia ottusa la rende perfino necessaria. L: Ma il conflitto non è violenza? N: Oppure feconda dialettica. L: E dell’eguaglianza, sei ancora convinto? N: Chiaro. Bisogna capire che siamo tutti uguali per accorgerci che siamo tutti diversi. L: Ma l’ateismo è o non è un mito decaduto? I lavoratori dovranno battersi contro la religione? N: Naturalmente dipende con chi si schiererà Cristo.

(1)


Ancora esistono ampie e lunghe fabbriche.
Fatte di ferro, ardite cattedrali
pachidermiche, con clangori nelle
viscere, e piena orgia automatizzata
di operai e macchinari. A una navata
e in centinaia di linee di attrito
mettono umanità dimenticata
a svolgere il mestiere delle macchine.
Strutture gotiche che hanno invertito
l’alto e l’orizzontale, per schiacciare
ognuna velleità.
Sono caserme in cui si va al passo
dell’oca con tute blu e scarpe rigide,
per imparare a memoria a ripetere
fieri l’allegro caro agli industriali:
costruiamo un ordine naturale
in cui il lavoro è un ottuso animale
sodomizzato da virtuosi asini
con le froge stracolme di danaro!
Colti estremisti della produzione
venerano lo stesso oscuro Mòloch,
che rimastica i morti sul lavoro
e sputa gli arti degli infortunati.
Signori sono numeri da guerra,
se insieme si conteggiano anche gli angeli
volati in terra dalle impalcature!

(2)

Proseguendo al contrario nella scala
dei diritti, il pietoso figlio del
padrone - non sapendo che si ammala
chi scende sotto i piedi prepotenti
di una società pressoché bloccata -
raggiunse il fondo della produzione
e risalì con l’aria avvelenata:
come sono fatti i suoi fratelli,
lui voleva vedere,
no, non sono trattati da fratelli,
lui poteva vedere!
Non domò l’incubo del privilegio,
così si calò di nuovo nel buco
imparziale di bassi salari.
Trovò gli operai a pregare Maria,
una madonna fertile e fiorita:
tu sei ordine materno
la coesione benevola
il sindacato eterno
tu sei carezza e sciabola
la dea rivoluzione
bella perché incarnata
in un contropotere
detto emancipazione.
Maria era una sonora stella rossa
con in seno la pace e la giustizia:
voi siete carne e merce
in gabbie di bilanci,
dovete organizzarvi
e in pacifici slanci
in cui tutti compatti
vi lanciate nel ventre
della Costituzione,
dovete sollevarvi
da questa condizione
di liberi sfruttati.
Il giovane padrone destinato
a rilevare il reato del padre
s’innamorò della triste matrona
della miseria e della disgrazia:
lei, tanto fiera, dice:
di redistribuzione c’è bisogno
da quando sono le braccia e i cervelli,
quindi popolo avremo la razione
di libertà e materia che ci spetta.
Che si voti il partito sparito [X].

05/08/2008