Il presidente in tv non può piangere:
lui rappresenta la Grande Nazione
che non viene mai meno
al suo dovere di essere bandiera.
Eppure se potesse
chiederebbe aiuto:
centocinquanta corpi
sulle spalle di un uomo sono troppi.
Il deflagrare improvviso dei fatti
l'ha sorpreso sul podio
col tempismo arbitrario del terrore,
smascherando la sua precarietà
di mezzobusto nudo
di fronte agli occhi dell'umanità.
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domenica 15 novembre 2015
Attentato a Hollande
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mercoledì 8 ottobre 2014
Bobò
Sono un bobò
l'hai detto tu
forse però
poi non sai più
se sceglierò
quella tivù
o accenderò
il cielo blu.
Questo dilemma
ti sembra un gioco,
ma a dire il vero
mia cara Emma,
non è da poco.
Sarò sincero:
se do un giudizio
rischio un esizio.
l'hai detto tu
forse però
poi non sai più
se sceglierò
quella tivù
o accenderò
il cielo blu.
Questo dilemma
ti sembra un gioco,
ma a dire il vero
mia cara Emma,
non è da poco.
Sarò sincero:
se do un giudizio
rischio un esizio.
domenica 26 maggio 2013
Nuvola
Sorridi e cade una goccia di sole
sul bianco di lentiggini stellato
quando la tua vita sonora vuole
fiorire in buffe frasi su di un prato:
così appare Parigi in questo maggio
dedicato alla rinnovata età
di un fiore che ravviva ogni tendaggio,
ombelico di petali e irrealtà.
Anch'io vorrei avere occhi deformanti
creativi come le api con la cera,
veder sbocciare le storie degli uomini
che le strade affollano assordanti
in tutte le città che, lieve, domini,
ma non so se sei nuvola o sei vera.
sul bianco di lentiggini stellato
quando la tua vita sonora vuole
fiorire in buffe frasi su di un prato:
così appare Parigi in questo maggio
dedicato alla rinnovata età
di un fiore che ravviva ogni tendaggio,
ombelico di petali e irrealtà.
Anch'io vorrei avere occhi deformanti
creativi come le api con la cera,
veder sbocciare le storie degli uomini
che le strade affollano assordanti
in tutte le città che, lieve, domini,
ma non so se sei nuvola o sei vera.
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giovedì 4 febbraio 2010
Parole senza musica
Ho preparato per un mio amico musicista alcuni testi, perché mi ha chiesto un lavoro breve da poter mettere in musica per un coro francese. Potendo spaziare su qualsiasi tema, be' mi sono sbizzarrito cercando di offrire la più ampia varietà possibile. Ora uno dei primi due potrebbe finire in musica...
[L'angelo killer]
Vivrò una morte perpendicolare
Aspetterò il momento inopportuno
Salirò di una potente ascensione
Proiettile contro il petto di dio
[Parigi Rouge]
Il libro rosso ha le labbra libere
Marcia in versi in un lettore arrabbiato
L’inchiostro della Senna è illuminato
Perché il sole osa enormi piazze piene
Tu prediligi Parigi la spocchia
Il corimbo la rima dans la rue
C’è un poeta in piedi che nell’occhio
Ha in equilibrio la punta d’Eiffel
E un poeta esausto che nel cuore
Ha un esagono rosso d’amore.
[Brest]
La marea dei tuoi occhi fu lunghe spiagge
Ma tutto inghiottì quel gotico petto
Rosa che guarda di seni e di Gargoyle
Aspettando dell’amplesso un simulacro
Sotto il peso di quale cattedrale
Si sta spegnendo il nostro amore sacro?
Il tuo alito caldo di lingue estive
È una candela sui denti di Brest
Sono i detriti ora ai piedi di Brest
Le tue vette in granito, una volta vive
[Morte di un impiegato]
[Monsieur Employé]
La notte cala nera con tutto l’universo
Sulla camicia pallida da impiegato del nulla
Lui s’accende d’elettrici lampi e pensieri eroici
Dattilografando anche a casa cuore e carte
Ora ha un appartamento nel limbo di Lione
Con la televisione
Con la morte a colori
Mentre pensa alla propria
Il potente pulsare di un proiettile
Dentro il petto di un sé d’assassinare
05/03/2008
[L'angelo killer]
Vivrò una morte perpendicolare
Aspetterò il momento inopportuno
Salirò di una potente ascensione
Proiettile contro il petto di dio
[Parigi Rouge]
Il libro rosso ha le labbra libere
Marcia in versi in un lettore arrabbiato
L’inchiostro della Senna è illuminato
Perché il sole osa enormi piazze piene
Tu prediligi Parigi la spocchia
Il corimbo la rima dans la rue
C’è un poeta in piedi che nell’occhio
Ha in equilibrio la punta d’Eiffel
E un poeta esausto che nel cuore
Ha un esagono rosso d’amore.
[Brest]
La marea dei tuoi occhi fu lunghe spiagge
Ma tutto inghiottì quel gotico petto
Rosa che guarda di seni e di Gargoyle
Aspettando dell’amplesso un simulacro
Sotto il peso di quale cattedrale
Si sta spegnendo il nostro amore sacro?
Il tuo alito caldo di lingue estive
È una candela sui denti di Brest
Sono i detriti ora ai piedi di Brest
Le tue vette in granito, una volta vive
[Morte di un impiegato]
[Monsieur Employé]
La notte cala nera con tutto l’universo
Sulla camicia pallida da impiegato del nulla
Lui s’accende d’elettrici lampi e pensieri eroici
Dattilografando anche a casa cuore e carte
Ora ha un appartamento nel limbo di Lione
Con la televisione
Con la morte a colori
Mentre pensa alla propria
Il potente pulsare di un proiettile
Dentro il petto di un sé d’assassinare
05/03/2008
mercoledì 3 febbraio 2010
Europa dalla torre (Eiffel)
[…] Pensavo alle fitte banlieue che assediano il centrocittà cariche di rabbia dal perimetro dell’Ile-de-France. E bruciano d’amore sì per Parigi, ma come una contraddizione dalla carica rivoluzionaria. Le Troisienne Etat à la revolution! Non avevo finito di riflettere che sulla città era calata la notte, e i lampioni dei Campi Elisi stavano trionfando come una lunga e doppia sfilata artificiale d’etoiles. Guarda guarda Neri, mi disturbò il buon Massimo scuotendomi il braccio, c'est la Ville Lumiere, la Ville Lumiere! Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento! Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
Europa dalla torre Eiffel
[…] Pensavo alle fitte banlieue che assediano il centrocittà cariche di rabbia dal perimetro dell’Ile-de-France. E bruciano d’amore sì per Parigi, ma come una contraddizione dalla carica rivoluzionaria. Le Troisienne Etat à la revolution! Non avevo finito di riflettere che sulla città era calata la notte, e i lampioni dei Campi Elisi stavano trionfando come una lunga e doppia sfilata artificiale d’etoiles. Guarda guarda Neri, mi disturbò il buon Massimo scuotendomi il braccio, c'est la Ville Lumiere, la Ville Lumiere!
Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento!
Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento!
Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
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