Le otto di mattina:
il lago più luminoso del cielo
vinceva quella sfida ambiziosa,
mentre il buffet m'usciva dagli occhi
già intenti a distinguere ingordigia
sulle cravatte della borghesia.
Chiose, risa, tartine, pasticcini
sono il motore dell'economia:
il relatore affrontò il tema
appena prima dell'aperitivo.
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mercoledì 21 gennaio 2015
giovedì 25 dicembre 2014
La medicina
Il mio
sorriso
è raro
come la neve,
ma questo
rigore
non è
tutto merito tuo:
l'orrore
si mischia con le strade,
sale disseminato
sull'umanità morta
già di mattina.
Quante albe pallide sulle città!
Ho bevuto a litri
la medicina
che alta affollava gli scaffali
di un verde splendente,
ma devo avere un'enorme caverna
al posto dello stomaco:
non avvertivo queste gocce acide
tintinnare sul fondo
e curare il mio cuore.
Eppure, tronfio, insisteva il dottore
con quell'ecografia
a fomentargli gli occhi:
lei ha la bile e il sangue
nello stesso intestino,
beva dell'altro vino
se la sua mente langue.
sorriso
è raro
come la neve,
ma questo
rigore
non è
tutto merito tuo:
l'orrore
si mischia con le strade,
sale disseminato
sull'umanità morta
già di mattina.
Quante albe pallide sulle città!
Ho bevuto a litri
la medicina
che alta affollava gli scaffali
di un verde splendente,
ma devo avere un'enorme caverna
al posto dello stomaco:
non avvertivo queste gocce acide
tintinnare sul fondo
e curare il mio cuore.
Eppure, tronfio, insisteva il dottore
con quell'ecografia
a fomentargli gli occhi:
lei ha la bile e il sangue
nello stesso intestino,
beva dell'altro vino
se la sua mente langue.
domenica 2 novembre 2014
Nebbia
La nebbia di mattina
è la piaga della notte
che giace ammalata
questa città annega
nella dolce caligine
di un nuovo autunno
e il silenzio dispiega
la lingua lungo il viale
umettando il deserto
quando due fari illuminano
il mio grande sconcerto
perché so di esistere.
è la piaga della notte
che giace ammalata
questa città annega
nella dolce caligine
di un nuovo autunno
e il silenzio dispiega
la lingua lungo il viale
umettando il deserto
quando due fari illuminano
il mio grande sconcerto
perché so di esistere.
sabato 19 maggio 2012
L'America
Ho sognato di essere felice
il più grande inganno dopo l'America.
La patina del mattino
i lampioni dimenticati accesi,
avrei attraversato il grande Oceano
invece era un giorno come un altro:
nel discount davano cibo per poveri
tra palazzi che piangevano intonaco.
Siamo ormai il lato triste della terra,
non lo dirò a mia madre.
il più grande inganno dopo l'America.
La patina del mattino
i lampioni dimenticati accesi,
avrei attraversato il grande Oceano
invece era un giorno come un altro:
nel discount davano cibo per poveri
tra palazzi che piangevano intonaco.
Siamo ormai il lato triste della terra,
non lo dirò a mia madre.
sabato 26 febbraio 2011
Ballata nichilista
Le anime acerbe, inquiete ed orgogliose,
non prendono mai ordini
e detestano il sonno.
Recluta nichilista
con le guance macchiate
e la divisa che odora di birra!
La moto ti è simpatica
e il rock fa rumore,
ma le ombre si divertono
più sguaiate di te:
la smorfia ti sbeffeggia in vetrina,
la strada intorno oscilla
e il dito indica il petto.
C’è un fucile, desidera baciarti
proprio in quel punto.
Tu non sai dire no
mentre attendi fumando,
perché lei non telefona
neppure per negarsi.
Allora labbra e fuoco,
proiettile e temporale!
Pensando il cuore in pezzi
ti verrà il mal di testa.
La colpa è di quel demone
con cui ti fai la staffa.
Un amaro! - ordinava -
poi sputava per terra
e insisteva negli incubi
che giocare di notte
per distrarre la noia
è molto più difficile,
perché l’età dilata i nostri mostri.
E adesso il buio tace
quando si è fatto tardi.
L’alba è il rito anemico
di un sole che stupisce
solo chi mai c’è salito alle sei.
Molto meglio fuggire
dagli aguzzini mediocri,
dal tic tac senza numeri
di lei che non ritorna.
Noi sedevamo al tavolo
(facce da schiaffi e da cherubini)
appoggiando la maschera
a un bancone di ruggine.
Per gioco ti versavi
alcol a colazione.
Tu ti sentivi libero.
Ma la serranda chiude,
la risata e la morte
dalla spalla sinistra
si aggrappano ai piercing.
Collo chino di falce,
hai il viso deformato
da un bicchiere di ghiaccio.
Non vuoi andartene a letto?
E tremo per i postumi,
nella mattina in cui non ci sei più.
A me hai lasciato l’opportunità
di poter scrivere sulla virtù
di chi gioca sopra giostre enormi.
(A Stefano)
non prendono mai ordini
e detestano il sonno.
Recluta nichilista
con le guance macchiate
e la divisa che odora di birra!
La moto ti è simpatica
e il rock fa rumore,
ma le ombre si divertono
più sguaiate di te:
la smorfia ti sbeffeggia in vetrina,
la strada intorno oscilla
e il dito indica il petto.
C’è un fucile, desidera baciarti
proprio in quel punto.
Tu non sai dire no
mentre attendi fumando,
perché lei non telefona
neppure per negarsi.
Allora labbra e fuoco,
proiettile e temporale!
Pensando il cuore in pezzi
ti verrà il mal di testa.
La colpa è di quel demone
con cui ti fai la staffa.
Un amaro! - ordinava -
poi sputava per terra
e insisteva negli incubi
che giocare di notte
per distrarre la noia
è molto più difficile,
perché l’età dilata i nostri mostri.
E adesso il buio tace
quando si è fatto tardi.
L’alba è il rito anemico
di un sole che stupisce
solo chi mai c’è salito alle sei.
Molto meglio fuggire
dagli aguzzini mediocri,
dal tic tac senza numeri
di lei che non ritorna.
Noi sedevamo al tavolo
(facce da schiaffi e da cherubini)
appoggiando la maschera
a un bancone di ruggine.
Per gioco ti versavi
alcol a colazione.
Tu ti sentivi libero.
Ma la serranda chiude,
la risata e la morte
dalla spalla sinistra
si aggrappano ai piercing.
Collo chino di falce,
hai il viso deformato
da un bicchiere di ghiaccio.
Non vuoi andartene a letto?
E tremo per i postumi,
nella mattina in cui non ci sei più.
A me hai lasciato l’opportunità
di poter scrivere sulla virtù
di chi gioca sopra giostre enormi.
(A Stefano)
lunedì 25 ottobre 2010
Finestra di notte
Impiccato alla luna,
dietro a un velo di vetro
vedo ancora il tuo viso.
Le tue mani sul mento,
quelle labbra alla gola,
nude scapole, e lame
che squarciano lenzuola.
Per questo bacio il vento
come un bimbo che ha fame,
col pudore del muro
e gli occhi tra le tende.
Dì, dove dormi adesso
mentendo al tuo futuro?
Che misero regresso
l’ora del tuo ricordo.
Credo non ti piacciano
i polmoni piangenti,
questi miei pugni gonfi.
Giorni enormi mi schiacciano
tra scarpe indifferenti;
scarni e in cenere, i cieli.
Vorrei sempre la notte:
le mie dita ingiallite
che spengono la luce
della finestra muta,
e il sogno che conduce
in luoghi meno oscuri.
La candela resiste
nella mia tana nera,
con il corpo raccolto
il freddo non esiste;
quando il mattino arriva
tendo ancora alla notte,
perché non c’è deriva
se tutto resta fermo.
dietro a un velo di vetro
vedo ancora il tuo viso.
Le tue mani sul mento,
quelle labbra alla gola,
nude scapole, e lame
che squarciano lenzuola.
Per questo bacio il vento
come un bimbo che ha fame,
col pudore del muro
e gli occhi tra le tende.
Dì, dove dormi adesso
mentendo al tuo futuro?
Che misero regresso
l’ora del tuo ricordo.
Credo non ti piacciano
i polmoni piangenti,
questi miei pugni gonfi.
Giorni enormi mi schiacciano
tra scarpe indifferenti;
scarni e in cenere, i cieli.
Vorrei sempre la notte:
le mie dita ingiallite
che spengono la luce
della finestra muta,
e il sogno che conduce
in luoghi meno oscuri.
La candela resiste
nella mia tana nera,
con il corpo raccolto
il freddo non esiste;
quando il mattino arriva
tendo ancora alla notte,
perché non c’è deriva
se tutto resta fermo.
lunedì 8 febbraio 2010
Ultimo tango a Milano
Corre un raccordo-trappola
e tarda il rinnovamento dell’alba,
mentre grida la radio: bacia Marylin!
Marylin ed io Marylin ed io
Marylin ed io – oh – Marylin ed io!
Spengo pure la radio,
non c’è mai rabbia in me.
L’ho imparato dal silenzio di dio
sul panteismo metropolitano,
che in nessuna frequenza
mai trasmesso, m’aspetta.
Quando parlo con la mattina bruna,
e con quella moretta sua amica
sul sedile di dietro accavallata,
non c’è fiato che interrompa le insegne,
che ne disturbi alternata la nota
zero uno zero uno zero uno, zero
ed io unico idiota
in attesa di un sole
che dimostri davvero
che mi spetta un caffè.
20/03/2009
e tarda il rinnovamento dell’alba,
mentre grida la radio: bacia Marylin!
Marylin ed io Marylin ed io
Marylin ed io – oh – Marylin ed io!
Spengo pure la radio,
non c’è mai rabbia in me.
L’ho imparato dal silenzio di dio
sul panteismo metropolitano,
che in nessuna frequenza
mai trasmesso, m’aspetta.
Quando parlo con la mattina bruna,
e con quella moretta sua amica
sul sedile di dietro accavallata,
non c’è fiato che interrompa le insegne,
che ne disturbi alternata la nota
zero uno zero uno zero uno, zero
ed io unico idiota
in attesa di un sole
che dimostri davvero
che mi spetta un caffè.
20/03/2009
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