Dubnà è una citta a 2 ore d'auto da Mosca tagliata in due dal Volga. Negli anni del comunismo l'accesso era regolamentato dai militari, poiché all'interno si svolgevano importanti ricerche scientifiche. Ancora oggi Dubnà è detta "la città della scienza" e vi si tengono numerosi congressi. Se ci passeggerai in un giorno di sole, non vedrai quasi nessuno senza una bottiglia di birra in mano.
Seduto sulla sponda.
Il grande albergo sta bianca betulla
sulla linea del verde con gli altri alberi,
mentre il Volga divide Dubnà in due
come un placido specchio.
Riflette i fumi d’un tramonto spento
e le beccacce sotto la linea delle nubi
ci berciano a dirotto.
Intimano gracchiando
che il fiume è muto-blu
e la natura pure,
che i morti sognano la fitta legna
dove già li misero i militari,
che l’uomo non ha mani
per raccogliere tutta quanta l’acqua,
anche se usa la scienza
o si ubriaca di birra.
03/05/2008
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giovedì 4 febbraio 2010
mercoledì 3 febbraio 2010
Europa dalla torre (Eiffel)
[…] Pensavo alle fitte banlieue che assediano il centrocittà cariche di rabbia dal perimetro dell’Ile-de-France. E bruciano d’amore sì per Parigi, ma come una contraddizione dalla carica rivoluzionaria. Le Troisienne Etat à la revolution! Non avevo finito di riflettere che sulla città era calata la notte, e i lampioni dei Campi Elisi stavano trionfando come una lunga e doppia sfilata artificiale d’etoiles. Guarda guarda Neri, mi disturbò il buon Massimo scuotendomi il braccio, c'est la Ville Lumiere, la Ville Lumiere! Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento! Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
martedì 2 febbraio 2010
Mosca VII
La luce non finisce,
domina sopra gli orologi accesi.
Ti farebbe felice
vivere queste notti
dal vento intiepidito
e la coperta corta.
Il buio è il breve ricordo dell’inverno,
non turba più.
E generano giorni
che gli occhi non possono contenere,
seppure in tanti milioni di coppie
disposte verso agosto.
Ai profittatori cadono i denti
e danzano tutti gl’indecenti,
la milizia tiene i fiori nei foderi
e la Duma non decide che dace.
Ti farebbe felice,
se rovesciassimo gl’incubi autarchici
sognando primavere sovversive.
19/05/2008
domina sopra gli orologi accesi.
Ti farebbe felice
vivere queste notti
dal vento intiepidito
e la coperta corta.
Il buio è il breve ricordo dell’inverno,
non turba più.
E generano giorni
che gli occhi non possono contenere,
seppure in tanti milioni di coppie
disposte verso agosto.
Ai profittatori cadono i denti
e danzano tutti gl’indecenti,
la milizia tiene i fiori nei foderi
e la Duma non decide che dace.
Ti farebbe felice,
se rovesciassimo gl’incubi autarchici
sognando primavere sovversive.
19/05/2008
Mosca VI
(Comunismo reprised)
Se tutti
noi presi da una primavera distratta
facessimo l’amore per i prati di Mosca,
trasformeremmo le masse che squadrano
la società degli uomini impazziti
nelle candide curve di un paradiso innato.
Bimba, ci siamo tutti ammutinati alla morte,
tu no?
15/05/2008
Se tutti
noi presi da una primavera distratta
facessimo l’amore per i prati di Mosca,
trasformeremmo le masse che squadrano
la società degli uomini impazziti
nelle candide curve di un paradiso innato.
Bimba, ci siamo tutti ammutinati alla morte,
tu no?
15/05/2008
Mosca V
L’inverno espande un sorriso arancione
dal pallido celeste ch’è sul viso
del cielo. Siamo in nessuna stagione,
è anonimo il ventre del paradiso.
La prospettiva Virnàskava espone
il punto di fuga dell’infinito,
le auto si lanciano senza ragione
ed inseguono quel niente indicato.
Cammino su una nuvola di neve,
più umile, e vado in via dell’Immanenza
svaporando nella pressione lieve
che mi conduce a casa. Sono senza
la consistenza ingombrante del peso.
E Mosca, per me, balla un vuoto obeso.
22/11/2007
dal pallido celeste ch’è sul viso
del cielo. Siamo in nessuna stagione,
è anonimo il ventre del paradiso.
La prospettiva Virnàskava espone
il punto di fuga dell’infinito,
le auto si lanciano senza ragione
ed inseguono quel niente indicato.
Cammino su una nuvola di neve,
più umile, e vado in via dell’Immanenza
svaporando nella pressione lieve
che mi conduce a casa. Sono senza
la consistenza ingombrante del peso.
E Mosca, per me, balla un vuoto obeso.
22/11/2007
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Mosca IV
Per grattacieli dure stalagmiti,
sotto un lenzuolo, un silenzio rombante
e umido, composto di ferro e viti,
sopra il petto dei marciapiedi. Tante
le mie vanità di ghiaccio per iti-
nerari vanno nel tutto distante
che ho in testa, tra i terribili detriti,
e i conati di un freddo impressionante.
Riparo nel metrò come un evaso.
Mosca ed io sediamo proprio di fronte.
Ci incontriamo e innamoriamo per caso.
Sopra di noi pesa il blocco dell’inverno,
tra i suoi angeli normali, facce infrante
che si scaldano tiepide all’interno.
13/11/2007
sotto un lenzuolo, un silenzio rombante
e umido, composto di ferro e viti,
sopra il petto dei marciapiedi. Tante
le mie vanità di ghiaccio per iti-
nerari vanno nel tutto distante
che ho in testa, tra i terribili detriti,
e i conati di un freddo impressionante.
Riparo nel metrò come un evaso.
Mosca ed io sediamo proprio di fronte.
Ci incontriamo e innamoriamo per caso.
Sopra di noi pesa il blocco dell’inverno,
tra i suoi angeli normali, facce infrante
che si scaldano tiepide all’interno.
13/11/2007
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Mosca III
Il cirillico urla un volgare smalto
sulle sue lunghe unghie lame di vento.
Lei muove le dita di bianco asfalto
e sola sa la linea del cemento,
la quale divide dal cielo i fianchi
in dieci milioni di gambe, e sente
calare la vodka dagli occhi stanchi,
la solitudine del continente.
Bellissima ma pure disperata,
di monili in metallo rilucente,
d’inverno, sui suoi tacchi, l’ho incontrata
e lei m’ha preso inesorabilmente,
col ghigno di ghiaccio, e la luce fosca,
quella bellezza macabra di Mosca.
16/10/2007
sulle sue lunghe unghie lame di vento.
Lei muove le dita di bianco asfalto
e sola sa la linea del cemento,
la quale divide dal cielo i fianchi
in dieci milioni di gambe, e sente
calare la vodka dagli occhi stanchi,
la solitudine del continente.
Bellissima ma pure disperata,
di monili in metallo rilucente,
d’inverno, sui suoi tacchi, l’ho incontrata
e lei m’ha preso inesorabilmente,
col ghigno di ghiaccio, e la luce fosca,
quella bellezza macabra di Mosca.
16/10/2007
Mosca II
Centomila soldati su di giri
se Mosca le sue giarrettiere regge,
se s’agita, corrompe, e tra i sospiri
sfila ai militi le loro corregge.
Così proteggi i tuoi night, e i raggiri.
Nelle nere mutande della legge
rubli illumini come blatte, e miri
a disciplinare il seme del gregge.
Se fossi la sconfinata pianura
che ti cinge con la sua inesistenza,
di ogni guanto a cui il culo fai toccare
ti restituirei tutta la paura,
e sui poveri che sembri ignorare
ti schiaccerei con la stessa violenza.
29/10/2007
se Mosca le sue giarrettiere regge,
se s’agita, corrompe, e tra i sospiri
sfila ai militi le loro corregge.
Così proteggi i tuoi night, e i raggiri.
Nelle nere mutande della legge
rubli illumini come blatte, e miri
a disciplinare il seme del gregge.
Se fossi la sconfinata pianura
che ti cinge con la sua inesistenza,
di ogni guanto a cui il culo fai toccare
ti restituirei tutta la paura,
e sui poveri che sembri ignorare
ti schiaccerei con la stessa violenza.
29/10/2007
Mosca I
Mosca si chiude di loculi. E io tremo
raccolto in un quartiere alcolizzato.
Della putrefazione del ratto – fremo,
e riparo nel mio prefabbricato
col volo orribile della falena
che si ammala di neon per le scale.
Mia sorella è un’anonima sirena
che sola piange e lampeggia il mio male.
Chi moltiplica le periferie
e chi manifesta i miei tremori in torri?
Sembra che di guardia agli appartamenti
vivranno vecchie e stupide follie,
di morte paranoici appostamenti.
È inutile scappare, dove corri?
30/10/2007
raccolto in un quartiere alcolizzato.
Della putrefazione del ratto – fremo,
e riparo nel mio prefabbricato
col volo orribile della falena
che si ammala di neon per le scale.
Mia sorella è un’anonima sirena
che sola piange e lampeggia il mio male.
Chi moltiplica le periferie
e chi manifesta i miei tremori in torri?
Sembra che di guardia agli appartamenti
vivranno vecchie e stupide follie,
di morte paranoici appostamenti.
È inutile scappare, dove corri?
30/10/2007
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