Le notti sono tutte uguali: gli occhi chini dei lampioni, il cervello opaco della luna. Le notti sono tutte nere, come la fortuna. Cieca, dico al barista quando, appoggiato al bancone, storco un sorriso che riflette nebbie umane e illuminazioni artificiali. I miei denti disposti a difesa del tramonto. Il mio naso che disegna la sua umile ombra, nell’utero della notte. Già la notte, sempre uguale. Scorrono una appresso all’altra, le notti, come pagine di pece che rendono la consolazione l’apice del tempo quotidiano. Sul ventre convesso del buio dichiaro agli avventori (e non al barista, cui chiedo di versare un pezzo liquoroso di cielo) che si scivola gioiosamente dalla piazza al letto. Per fermate casuali. Per alienazioni minute. Per squarci di pensieri. Il tempo cerca d’inseguirmi, ma non riesce a starmi dietro. Il suo fallimento è la libertà. Così è la notte: sempre ugualmente disposta ad accogliere gli spiriti liberi. Perciò il mio sorriso diventa insetto. Che vibra le note di Chopin. E s’arrampica sulle facce degli altri. Pollini e parole, tutto si posa e svanisce nel fiore del letto. Il letto è una rosa: chi non dorme si riposa. Io dormo, sogno, navigo, esulto. Così, quando sarà già arrivata la legge dell’alba a far impallidire i lampioni e a smentire i fiochi sillogismi della luna, io potrò dirmi innocente e felice. Il giudice non abita qui. Anche se tutti i mattini non sono uguali. E il tribunale chiama le udienze fuori dal portone. Perché la luce è la toga del sole.
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martedì 23 febbraio 2010
Pagina di Notte
Le notti sono tutte uguali: gli occhi chini dei lampioni, il cervello opaco della luna. Le notti sono tutte nere, come la fortuna. Cieca, dico al barista quando, appoggiato al bancone, storco un sorriso che riflette nebbie umane e illuminazioni artificiali. I miei denti disposti a difesa del tramonto. Il mio naso che disegna la sua umile ombra, nell’utero della notte. Già la notte, sempre uguale. Scorrono una appresso all’altra, le notti, come pagine di pece che rendono la consolazione l’apice del tempo quotidiano. Sul ventre convesso del buio dichiaro agli avventori (e non al barista, cui chiedo di versare un pezzo liquoroso di cielo) che si scivola gioiosamente dalla piazza al letto. Per fermate casuali. Per alienazioni minute. Per squarci di pensieri. Il tempo cerca d’inseguirmi, ma non riesce a starmi dietro. Il suo fallimento è la libertà. Così è la notte: sempre ugualmente disposta ad accogliere gli spiriti liberi. Perciò il mio sorriso diventa insetto. Che vibra le note di Chopin. E s’arrampica sulle facce degli altri. Pollini e parole, tutto si posa e svanisce nel fiore del letto. Il letto è una rosa: chi non dorme si riposa. Io dormo, sogno, navigo, esulto. Così, quando sarà già arrivata la legge dell’alba a far impallidire i lampioni e a smentire i fiochi sillogismi della luna, io potrò dirmi innocente e felice. Il giudice non abita qui. Anche se tutti i mattini non sono uguali. E il tribunale chiama le udienze fuori dal portone. Perché la luce è la toga del sole.
lunedì 8 febbraio 2010
Sole & desideri
C'è un caldo straziante, e il sole sta in cielo come una bocca di fuoco spalancata.
Io sto disteso sull'erba, e con le gambe accavallate assorbo il respiro pesante dell'estate. La notte scorsa è stata immobile come un'immensa colata d'asfalto, e l'aria sembrava persino infetta d'umidità. Adesso, contare i fili d'erba mi pare un modo utile per trascorrere il tempo, per ingannare il caldo, per sfuggire all'afa, per annoiare la noia stessa, per ripetere come in un gioco scacciapensieri, per ripetersi e ripetersi come per uno stupido gioco scacciapensieri. E mentre mi rilasso conto pecore conto petali conto molto, conto soltanto....
Ma prima che mi assopisco, ecco un uomo enorme dagli occhi tristi e con le ganasce molli da nuvola nera che inghiotte il sole. Fa molto freddo. Il mostro mi parla, proprio a me, mi dice che se esprimerò in pochi minuti un desiderio, lui rimetterà il sole al suo posto. Parola di genio, biascica.
Un desiderio - rispondo io - facile.
E invece no, quel maledetto ha chiesto a me apposta. Il furbone deve sapere che io non ho nessuna ambizione, nessun pensiero, e soprattutto poi d'estate, quando non tira un filo di vento. E allora faccio fatica, penso ai soldi ma non ho voglia di pensare a che cosa farne, penso alla salute ma già ci sto, in salute, e l'immortalità addirittura sarebbe una cosa esagerata di cui non capisco il senso. Dovrei passare troppo tempo su un prato a contare, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7... 1735, 1736... 1000000000, 1000000001...
Purtroppo non mi vengono in mente la pace nel mondo, la fine della povertà e cose del genere, devo essere troppo egoista o troppo superficiale, e in autunno dovrò fare uno sforzo per vergognarmene.
Voglio essere l'idiota - gli faccio convinto - colui che sta lontano da tutti e fuori da tutto, in estate non si può desiderare di meglio.
Esaudito, fa il genio ciccione, che prima di sparire rigetta il sole dalla bocca come i prestigiatori fanno con le uova.
Io mi sveglio nel prato che è quasi ora di cena, e vado a casa sbadigliando 1, 2, 3, 4 volte, da perfetto idiota.
Se racconterò in giro questa storia qualcuno mi rimprovererà sicuro di aver sprecato il desiderio. Se l'avessi avuta io questa occasione, dirà quel qualcuno ostentando la scaltrezza del fanfarone. Ma quali desideri si possono avere se comincia l'estate e fa un caldo straziante?
24/06/2007
Exarchia
Ricordo un luogo per eretici nel cuore di Atene. A fianco di piazza Exarchia c’era un centro sociale con su una bandiera anarchica malcucìta ma orgogliosa, consunto e nascosto tra una schiera di vecchie case diroccate appese appena a se stesse, e incastrato dentro quelle strade, strette come cicatrici di cemento rimediate negli anni 60 o chissà, forse molto prima. Le scale salivano lungo un corridoio stretto, un cunicolo, e voltavano sul perno di due pianerottoli. Al secondo piano, che dava su ambedue le stanze affiancate e separate da un canterto, c’era un palco rialzato da terra giusto un palmo, con sopra un gruppo che preparava gli strumenti per il concerto e un anziano scapigliato col basco e le ganasce da bulldog, imbronciato e grasso come una vecchia mucca stanca. La luce naturale era già scesa, che il gruppo aveva cominciato a suonare, erano deliziosi sfumati in quell’atmosfera surreale di colori, perché di blu verde e rosso erano verniciate le pareti del centro sociale. E facevano musica molto bella. I quattro componenti mischiavano le spigolosità del rock con la cadenza e la melodia popolare greca. Il cantante suonava a volte la fisarmonica, o altri strumenti della tradizione amplificati, come il rembetiko, una sorta di mandolino che si potrebbe paragonare ad una più piccola riproduzione dei fianchi materni, un accenno di fecondità. E anche vibrava il diaframma in modo meraviglioso, ricalcando un lamento che vaga tra le genti e sta inciso nel vento, probabilmente, per tutto il basso Mediterraneo. Nella bellezza della cultura risiede tanta parte della fratellanza tra i popoli, pensavo, mentre quella splendida litania profana evocava il pianto comune dell’incredulità di chi ha compreso che il grembo materno della terra, che fecondata dal sole partorisce spontanea tanta bellezza, non è soltanto la giovane vita che ostenta. Perché poi se la riprende tutta quella vita, la inghiotte, la trasforma nell’antica erbaccia della morte. Ero lì dunque, bevevo una birra, fumavo il mio drum, fissavo l’anziano scapigliato. Il quale ha osservato la band, immobile, con la saggezza muta di una pietra, finché non ha afferrato, quasi con arroganza, il microfono e ha preso a declamare, con la rabbia ruvida della vecchiaia, fiumi di sillabe concitate, incalzate dal ritmo folk-rock e dalle note del rembetiko. Il vecchio, mi hanno poi detto, era un noto poeta surrealista greco. Quella vacca enigmatica. La globalizzazione non è una cattiva cosa, tutt’altro, purché non faccia deserto di queste preziose realtà. 26/05/2007
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mercoledì 3 febbraio 2010
Europa dalla torre (Eiffel)
[…] Pensavo alle fitte banlieue che assediano il centrocittà cariche di rabbia dal perimetro dell’Ile-de-France. E bruciano d’amore sì per Parigi, ma come una contraddizione dalla carica rivoluzionaria. Le Troisienne Etat à la revolution! Non avevo finito di riflettere che sulla città era calata la notte, e i lampioni dei Campi Elisi stavano trionfando come una lunga e doppia sfilata artificiale d’etoiles. Guarda guarda Neri, mi disturbò il buon Massimo scuotendomi il braccio, c'est la Ville Lumiere, la Ville Lumiere! Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento! Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
Europa dalla torre Eiffel
[…] Pensavo alle fitte banlieue che assediano il centrocittà cariche di rabbia dal perimetro dell’Ile-de-France. E bruciano d’amore sì per Parigi, ma come una contraddizione dalla carica rivoluzionaria. Le Troisienne Etat à la revolution! Non avevo finito di riflettere che sulla città era calata la notte, e i lampioni dei Campi Elisi stavano trionfando come una lunga e doppia sfilata artificiale d’etoiles. Guarda guarda Neri, mi disturbò il buon Massimo scuotendomi il braccio, c'est la Ville Lumiere, la Ville Lumiere!
Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento!
Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
Al contrario Roma è ancora tranquilla. A guardarla dal cupolone di San Pietro essa è una florida matrona bianca e nuda. Pontificale carne di retorica. Mosca, vista dall’oblio-oblò dell’aereo che si dispone per atterrare all’aeroporto sud di Domodiedovo, è un’infinita colata di cemento tempestata di cupole d’oro e superbe stelle rosse. San Pietroburgo è l’elegante dama-bianca-dalla-Neva-ghiacciata, che vorrebbe tanto partecipare ai rendez-vous dell’alta società europea. Kiev, dallo smeraldo ortodosso del suo monastero in collina, sopravvissuto ai progetti urbanistici della nomenclatura comunista, è una distesa di grano grigio proprio al centro di una pianura assoluta, metafisica. Berlino, dalla torre della televisione di Alexanderplatz, nel duemila, era ancora una città spezzata in due da una striscia di terra irregolare, la cicatrice inferta dal XXesimo secolo alla grande guerriera Germania. Checkpoint Charlie in pensione non controllava più l’ideologia-ovest da una parte né l’ideologia-est dall’altra, rispettivamente disordinata e ordinatissima di parallelepipedi-palazzi. Firenze è un gioiello di pane azzimo, l’ostia più proporzionata, impreziosita da campanili e cupole di cioccolata che si sciolgono in dolci periferie, fino a dissolversi nel verde raggiante dell’Appennino. C’è Napoli umida, che dal ciglio di Capodimonte si rivela in un ammasso d’umanità innamorata del blu del mare brillante, e per questo lo difende dalle mire non chiare del Vesuvio, sacrificandosi col corpo per tutto lo spazio disponibile della costa fino a capo Sorrento. Barcellona se ne frega del mare. È tutta intenta in se stessa. Le guglie estroverse della Sagrada Famiglia di Gaudì non parlano mai di religione, ma, dinamiche di movimenti astuti e seducenti, celebrano un dio del canto e della danza, che sfocia liquido nelle Ramblas e non si lascia riassorbire se non dopo le sei del mattino. Edimburgo, invece, è cosi diversa. È un forzuto castello battuto dal vento di tramontana che governa i fantasmi celtici, resuscitati dai fumi della birra tra la città vecchia, strega medievale, e la città nuova, prodotto esatto della razionalità settecentesca. La chiamano l’Atene del Nord. Atene quella vera, invece, quella che fu del giusto Pericle, vista dall’Acropoli, è una bianca sudicia e vecchia mignotta degli anni ’60. Mai andata davvero d’accordo con le sue rovine, che vorrebbe nascondere come grinze di vecchiaia mentre accavalla milioni di gambe su se stesse, e sfoggia l’altro seno prosperoso (uno è l’Acropoli): il colle Licabetto con la funicolare in vista. Infine: Venezia, capolavoro insensato dell’uomo che si stanziò nella laguna. Oh, dal campanile di San Marco cos’è Venezia, cos’è dal campanile di San Marco quell’esperta e nobile signora di pizzi luminosi, con la veste a mollo direttamente nell’acqua d’argento!
Proprio ora, ora che brancolavo nel buio del buco non so in che pozzo nero non so quanto sotterraneo, se fossi stato sul pinnacolo ingegnoso d’Eiffel avrei potuto scorgere da lassù tutta l’Europa supina! […]
05/06/2008
Tre mondi
[...] Quando ero piccolo pensavo esistessero tre mondi. Uno: quello reale. Due: quello dei sogni. Tre: quello dei desideri. Questo perché, nella mia metafisica infantile, era la carica immaginifica a soffiare il vero principio vitale. Il primo mondo era la fantasia di Dio che, col mio concorso, tracciava un destino e lo rendeva esistente. Il secondo lo credevo concreto per l’incapacità dei sogni di contraddirsi nella loro imprevedibilità. E il terzo, nonostante fosse tutta opera mia, doveva essere altrettanto tangibile per la ripetizione delle situazioni che mi figuravo, sempre ricorrendo alle stesse immagini di me. Ad esempio. Nel primo, se Dio mi toglieva qualcosa poi mi restituiva, così se litigavo con un amico dopo prendevo un bel voto a scuola perché la bilancia si equilibrasse. Nel secondo, se incontravo una scala che non riuscivo a salire sapevo che tanto non sarei mai riuscito a salirla in nessun sogno. Nel terzo, se immaginavo di marcare un gol in un certo modo e di festeggiare in un certo modo, be’, sempre in quelle stesse maniere mi figuravo di comportarmi.
Inoltre, l’immaginazione era anche la placenta della mia infanzia. Mi nutriva proteggendomi dalla verità del mondo cui un bambino non è pronto. Tornando ai tre mondi. Nel primo mi sentivo protetto perché nel mio destino non poteva starci scritto nulla di male. Nel secondo non poteva succedermi niente d’irrimediabile poiché i sogni si spengono sempre prima dell’impatto col fondo del precipizio. Nel terzo meno che mai, dato che il regista ero io, e se fantasticavo una disgrazia era perché quella avrebbe potuto darmi lustro, e ne usciva una sceneggiatura celebrativa.
Da tutto questo deduco che l’immaginazione illude di un potere illimitato. Da piccolo non prendevo sul serio la morte, era esclusa da ciascuno dei tre mondi. Se fossi morto come avrebbe potuto Dio compensare la bilancia? Esiste un sogno in cui si muore senza svegliarsi sopravvissuto? Si può desiderare di morire se la tua testa vede tutte le strade alternative della fantasia? Così, oggi, credo che l’immaginazione immacolata sia l’Eden vietato, e che sarà la via per l’immortalità. A metà di questo secolo mi aspetto un altro Einstein che surclassi la teoria della relatività, rinvigorendo la forza immaginifica della teoria, la sua potenza creativa. [...]
07/06/2008
Inoltre, l’immaginazione era anche la placenta della mia infanzia. Mi nutriva proteggendomi dalla verità del mondo cui un bambino non è pronto. Tornando ai tre mondi. Nel primo mi sentivo protetto perché nel mio destino non poteva starci scritto nulla di male. Nel secondo non poteva succedermi niente d’irrimediabile poiché i sogni si spengono sempre prima dell’impatto col fondo del precipizio. Nel terzo meno che mai, dato che il regista ero io, e se fantasticavo una disgrazia era perché quella avrebbe potuto darmi lustro, e ne usciva una sceneggiatura celebrativa.
Da tutto questo deduco che l’immaginazione illude di un potere illimitato. Da piccolo non prendevo sul serio la morte, era esclusa da ciascuno dei tre mondi. Se fossi morto come avrebbe potuto Dio compensare la bilancia? Esiste un sogno in cui si muore senza svegliarsi sopravvissuto? Si può desiderare di morire se la tua testa vede tutte le strade alternative della fantasia? Così, oggi, credo che l’immaginazione immacolata sia l’Eden vietato, e che sarà la via per l’immortalità. A metà di questo secolo mi aspetto un altro Einstein che surclassi la teoria della relatività, rinvigorendo la forza immaginifica della teoria, la sua potenza creativa. [...]
07/06/2008
Frammento di sogno
[...] Scale, portici, porte, finestre, un moltiplicarsi di occhi, nasi, bocche, orecchi, inguini architettonici si fondevano e si superavano con sussulti, accelerazioni, frenate, impennate pazzesche. E precipizi e spigoli, il pieno e il vuoto, si alternavano risucchiando la vista e trascinandola e poi sbattendola su pareti e su gradini, nello spazio multidimensionale delle incisioni di Esher. Cominciai a correre per il labirinto, che incombeva da qualunque parte mi girassi. Vedevo scendere file di soldati in ritirata da Udine diretti probabilmente dietro le linee del Piave. Parallele al suolo ballerine eseguivano con precisione di centinaia di carillon i passi sulla melodia di Tchaikovskij. Soldati e spose si amano, e quando la guerra sarà finita si sposeranno, finalmente. Su uno spiazzo polveroso e lontano due clown si prendevano a martellate a testa in giù, e s’insultavano in qualche accento zingaro dell’Est. Dove si piange dobbiamo inventarci il mestiere di far ridere, ah ti capisco Zampanò la strada è spaziosa ma così difficile. Attraverso un oblungo portico obliquo, procedeva dietro una croce di fuoco una processione di uomini incappucciati, ascoltata da un gruppo di suore impegnate in macabre litanie di penitenza. Perché sacrificate la vostra carne, voi che siete giovani e belle? Che colpa avrete mai commesso se il peccato originale non è che una favola? Un anziano uomo distinto avanzava reggendo al guinzaglio un gigantesco naso con baffi arricciati, tra appariscenti anfore di fiori. Da dove camminava si generavano, come cascate, orologi disciolti. Signor Dalì, che passeggia in tondo come una cipolla da taschino, sa che il tempo è un’invenzione della nostra angoscia prima che uno strumento? Come possono descrivere giorno e notte, alba e tramonto, la complessità delle nostre vite sature di simboli? Venditori porta a porta, come vettori sistemati dappertutto, con denti d’oro e in gessati e calzature brillanti, sfoggiavano ottimismo a padri di famiglia venuti ad aprir loro l’uscio delle case incastrate. Scambiamo pezzi di pane con partecipazioni azionarie. Signora che fa? Non si mangiano le obbligazioni! Centomila attacchini - mi fu impossibile contarli - appiccicavano manifesti pubblicitari su scale storte o impalcature oscillanti come trapezi appiccati al niente. Trovate tutto anche in televisione, avvertivano soddisfatti del proprio lavoro di servi-degli-imbonitori. Ma perché invece di tutta questa carta da parati non riempiamo le strade di qualcosa che abbia un’anima? Intanto, da una finestra, si calavano cinquanta ladri uno dietro l’altro, e i poliziotti urlavano da un lato diverso tutti inclinati. Credo non sapessero come raggiungerli, e per questo latravano come dobermann costretti alla catena. Il caos favorisce i ladri, questo vuoi insinuare? Non so, non lo so, fatemi uscire da questa casa di bambole. Non sono un fantoccio, maledizione. Non appartengo a questo popolo di ombre! Le grondaie erano tubi di marmitta che espellevano anidride carbonica con grassi colpi di tosse. Io mi mescolavo a questa città-fantasma, e correvo e scappavo, e a forza di risalire e poi discendere, di risalire e poi discendere, mi era venuto un fiatone che mi comprimeva la trachea come un grido trattenuto. [...]
17/08/2008
Bere da Dio
Dove cazzo sei finito Neri? Mi chiesi. Era tutto buio. E beato chi sa esattamente dove si trova. Che conosce la sua posizione anche approssimativa nello spazio. Sia reale che sociale, o nel perimetro immaginario disegnato dal proprio pensiero, oppure da quello imperscrutabile di Dio. Sempre che un Dio ci sia e sia dotato perlomeno lui di una bussola. Perché dimostrata pure la Sua esistenza - cosa che rimando ai posteri e ai confini della conoscenza quando qualche scienziato alla maniera di Cristoforo Colombo ne scoprirà accidentalmente il confine e il ciclo circolare – occorrerà dimostrare la Sua effettiva onniscienza. In fondo i preti che ho conosciuto non mi sono sembrati meno disorientati di atei o agnostici. Delle altre religioni non dico, l’uomo ha avuto molta creatività nel fantasticare sull’aldilà e sul suo Principale: per me, se c’è un Dio – questo io lo do per scontato, perdonatemi – è sempre lo stesso che utilizza tutte le Sue rappresentazioni per mascherarSi e, come fosse sempre carnevale, partecipare alle feste di tutti i popoli del mondo. Evviva la vita, e preghiamo tutta la notte, dall’aperitivo in poi. Lui di mele ne può afferrare, mordere, gettarne i torsoli in terra, tutte le volte che desidera. È Lui che comanda, il Potere Impunibile. Soprattutto il sabato sera, quando non teme gli etilometri. Tuttavia, se un giorno Lo incontrerò in equilibrio su Giove con la punta del piede o ubriaco di vino sull’Olimpo e mi si presenterà col soprannome momentaneo di Bacco, è probabile che mi risponda: Dove diavolo sono? E nel secondo caso la puzza di alcol potrebbe confermarmi tutto il Suo disagio di esistere suo malgrado. Di pre-esistere senza spiegazione, addirittura, con la pesantissima responsabilità di essere la Causa Prima. Senza questo fardello non sarebbe che un proletario, come l’uomo. Invece, Lui è costretto perfino a bastarSi nella più completa solitudine, probabilmente nell’incapacità cronica di essere compreso fino in fondo. Poverino, dev’ essere proprio a immagine e somiglianza dell’uomo. Un giorno mi piacerebbe berci insieme. Gliene direi quattro, non solo per me, anzi, ne ho soprattutto per i miei fratelli ché io sono nato con la camicia addosso (e il cravattino che mi sono tolto perché ridicolo e borghese). E dovrei di buon grado offrirGli da bere un paio di giri. Per poi ricevere le Sue scuse scontate e riappacificarmi, infine, con il bicchiere della staffa. Il whisky più forte che abbia mai bruciato la lingua di un mortale, sento già che mi solletica il palato. Distilleria Paradiso, invecchiato di miliardi d’anni tanti non ne entrano in centomila calendari figurarsi nell’etichetta, un tiepido inferno che cali piacevole lungo l’esofago. Preso assieme alla Causa Prima – che onore! - di tutto questo caos di dinamiche impazzite, che l’uomo con i suoi strumenti ha imparato a chiamare natura, universo, apeiron e, significhi tutto o significhi nulla, che si allarga come una vertigine mostruosa mano a mano che si cresce in età e conoscenza. Proprio come chi, dopo morto, sogna di bersi della birra gelata con Hitler. Porca puttana, sentii che avrei avuto bisogno di un bicchiere di whisky. [...] 26/09/2008
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