La persona sarei migliore al mondo
se piangessi quel sangue
che mi bagna i piedi.
La vita è veloce,
la sua fu così corta
che chiedo: dio che diavolo facesti
lasciandolo affogare?
Era davvero necessario mettere
un mare tra le bombe e quel bambino?
Nascosto nella solita attenuante
dell'errore umano
nella tempesta tuoni:
ecco la cattiveria degli uomini!
Io invece vedo la nostra miseria
blandita dalle onde.
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sabato 26 settembre 2015
venerdì 28 agosto 2015
Cipro
Cipro, sei una foglia
caduta all’ombelico della guerra,
bagnata da salive di mare cristallino,
arsa corazza in rame
di tartaruga dal collo allungato:
hai una crepa verde sulla pancia,
città abbandonate sopra il dorso,
chiese nell’anima delle montagne,
minareti bicipiti di gotico!
Se argomenti di filo spinato
negano che sei madre d’Afrodite,
puoi ancora accumulare carrube
mentre il vino s’avvera.
mercoledì 26 agosto 2015
Senza titolo
Se questo mare diventa di vetro di fronte al tramonto
io posso essere un uomo di pietra di fronte alla fine.
io posso essere un uomo di pietra di fronte alla fine.
martedì 25 agosto 2015
Ancona Marittima
Il trabucco protende
le sue chele di legno:
aspetta il pesce che sappia parlare,
che neghi il fatalismo delle onde
e gli schiaffi del mare.
le sue chele di legno:
aspetta il pesce che sappia parlare,
che neghi il fatalismo delle onde
e gli schiaffi del mare.
domenica 5 aprile 2015
Porcile
Nella poesia mi sono rifugiato
perché delle parole non ho paura,
mille uomini hanno umiliato
la pia neutralità della natura:
ciascuno vuole esser rispettato
mentre maneggia con rabbia l'abiura,
io invece coltivo il mio prato
immaginando dietro a una fessura.
Posso accontentarmi d'un cortile?
Eppure sognai mari e praterie,
in ansiosa attesa del paradiso
alle città credetti, e a profezie,
prestando fede ad ogni sorriso
che occultava il tanfo del porcile.
perché delle parole non ho paura,
mille uomini hanno umiliato
la pia neutralità della natura:
ciascuno vuole esser rispettato
mentre maneggia con rabbia l'abiura,
io invece coltivo il mio prato
immaginando dietro a una fessura.
Posso accontentarmi d'un cortile?
Eppure sognai mari e praterie,
in ansiosa attesa del paradiso
alle città credetti, e a profezie,
prestando fede ad ogni sorriso
che occultava il tanfo del porcile.
lunedì 7 luglio 2014
Mediterraneo
Tra di noi c'è un tempo immenso: la fine.
Del mare il canto ci separa
e di notte chilometri di nulla,
è una corona d'oro
questo Mediterraneo sotto il sole,
e ti ricordo calda:
carne capace di bruciare il cielo.
Mi sento soffocare:
il mio saluto è un dire impossibile,
la mia carezza una mano mozzata,
il mio bacio vapore.
Forse nell'afa ti sfiora la pelle
che ti dormiva accanto,
quando una luna amica sorrideva.
Non mi arrendo alla risacca,
ai suoi denti, alla spuma come pianto:
ho calcolato il diametro del mare
per venirti a trovare,
ardito desiderio
su una mente di freccia.
Del mare il canto ci separa
e di notte chilometri di nulla,
è una corona d'oro
questo Mediterraneo sotto il sole,
e ti ricordo calda:
carne capace di bruciare il cielo.
Mi sento soffocare:
il mio saluto è un dire impossibile,
la mia carezza una mano mozzata,
il mio bacio vapore.
Forse nell'afa ti sfiora la pelle
che ti dormiva accanto,
quando una luna amica sorrideva.
Non mi arrendo alla risacca,
ai suoi denti, alla spuma come pianto:
ho calcolato il diametro del mare
per venirti a trovare,
ardito desiderio
su una mente di freccia.
sabato 21 giugno 2014
Ancona
Questo treno è diretto a Torino,
io spero che si schianti con la mente.
Guardare il mare oltre il finestrino
immaginando una vita diversa
è un passatempo mentre luce pallida
bagna il silenzio ed invade il mattino,
prepara il cielo ad un sole codardo
altrimenti ieri tramontato ancora,
come lo struzzo nasconde la testa
oltrepassando il porto di Ancona.
io spero che si schianti con la mente.
Guardare il mare oltre il finestrino
immaginando una vita diversa
è un passatempo mentre luce pallida
bagna il silenzio ed invade il mattino,
prepara il cielo ad un sole codardo
altrimenti ieri tramontato ancora,
come lo struzzo nasconde la testa
oltrepassando il porto di Ancona.
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martedì 8 ottobre 2013
500
Del sole cinquecento figli in fuga
dalla grande mammella secca presero
il largo sopra il dorso di un'acciuga;
formiche su una foglia, non si chiesero
formiche su una foglia, non si chiesero
neppure quali nomi disgraziati
ai loro visi tristi i padri appesero.
Dal passato erano appena salpati
che la lamiera alle onde già inciampava
e ai loro corpi, ruvidi e disperati,
per il pugno che bruto li picchiava,
per il pugno che bruto li picchiava,
si aprì magnifico il baratro blu.
Un orizzonte orribile aspettava,
ma pensavano a sirene, laggiù,
con in cielo il latrato del gabbiano
e la terra che non si vede più.
La madre strinse del bimbo la mano:
lui temeva Caronte, lo scafista,
maschera amara, campo senza grano,
amico al mostro che dicono esista
negli abissi dell'animo dell'uomo.
C'era qualcuno che nel nulla, a quella vista,
ricordò i trenta tramonti di bromo
nel vuoto di un Sudan interminabile;
c'era chi, invece, dalla guerra domo,
per i massacri e il sangue inconsolabile,
a ritroso sui passi di Mosè
era parte di un fiume inarrestabile,
che immane lutto portava con sè.
Nel punto di raccolta, a Misurata,
per mesi furono schiavi del re
delle tratte di incubi: era stipata
umanità sospesa, fatta fiera,
che il giorno lavora e poi è torturata
dalle violente mani della sera,
che le donne non lasciano dormire.
Cinquecento dollari, e la filiera
dava il biglietto del nuovo imbrunire,
che puzza meno di piscio e sudore
quando la pece va il mare a riempire.
Tanto paziente è questo gran dolore!
Eccolo il Cristo, sull'acqua a sognare,
con un santino in tasca, uno nel cuore
e gli auguri a penna di un familiare.
Dopo due giorni di sapida brezza,
con bere poco e niente da mangiare,
fu quasi terra, Europa, salvezza!
Oh Lampedusa, ombelico di morte
la storia condannò la tua bellezza,
croce nello zaffiro infissa forte,
sui cadaveri crescono i tuoi fiori,
africa goccia di anime assorte.
I migranti avvistarono lucori,
lucciole sul mantello della notte,
erano pescherecci ancora fuori:
videro splendere su quelle rotte
improvvisi barlumi di futuro.
Ma nell'ultimo miglio si abbattè
un tanfo fetido di nafta, duro
sul ponte soverchiò l'atra salsedine,
sembrò di nuovo tutto intorno scuro,
l'acqua saliva da un'intercapedine
e il vecchio motore era in avaria;
la paura sibilò come torpedine
così a qualcuno venne la follia
di accendere nel buio una coperta,
per segnalare alle barche la scia;
la richiesta d'aiuto andò deserta,
il gasolio nell'aria divampò
su un lato dell'imbarcazione incerta,
che come una cesta si rovesciò
per il balzo improvviso dei migranti,
e con un tonfo sordo affondò.
Pensa se, prima che nell'alba canti
la fine silenziosa dell'angoscia,
il diavolo con i suoi freddi guanti
avido si aggrappasse alla tua coscia,
e ti avvolgesse da vivo d'inferno
dentro quel ghiaccio che mai più lascia:
molti rimasero preda all'interno
del ventre, nel relitto rovesciato,
che cadde vorace nel letto eterno
con chi nei suoi denti restò incastrato.
Ed altri a galla nell'oscurità
in un pianto confuso e disperato
verso la luna che non era là
pregarono del nimbo il riflettore,
ma polvere offuscava chiarità.
Le madri con atavico ardore
sollevavano i figli sull'altare,
scongiurando Nettuno che il malore
venisse dopo aver lasciato il mare.
Le loro braccia divennero acciaio
ali ai piedi le fecero volare
fino al risveglio del giorno. Ma il guaio
fu per chi senza più forze tra questi,
precipitò gonfio d'acqua; lo sbaglio:
non denudarsi in tempo delle vesti,
Gli abiti diventavano un'incudine
anche se il gelo li teneva desti.
Sull'isola rimane consuetudine
andare presto a scrutare la costa,
tra i pescatori è più di un'abitudine,
ai loro occhi è sacra la risposta
di quell'azzurro che nasconde ricchezza.
Quella mattina, dalla parte opposta,
punti apparsi nella frivolezza
delle onde, emettevano un lamento
tanto accorato, come una carezza
aggrappata ai capricci del vento.
E quando questi mutarono in teste
dallo sguardo abbozzato e cupo, spento,
affiorare avvistarono foreste
di suppliche di membra agitate,
una distesa di pene funeste.
Molte di queste furono alleviate
dalle reti dei soccorritori,
che li strapparono a fauci salate
dalle quali non vengono più fuori
migliaia di corpi inermi, fuggiti
alla ricerca di vite migliori.
Tutti nudi come feti avvizziti
si salvarono in meno di duecento,
e capita nei più modesti miti
che i nomi poi svaniscano nel vento:
cinquecento umili eroi senza eponimo,
l'immensa tragedia di un bastimento.
I subacquei, angeli di un cielo minimo,
salvarono corpi dalla putredine,
che dei capelli e delle alghe lo spasimo
fondeva in quell’abissale altitudine.
Chi dentro sacchi colorati e chi no,
Ciascuno ritrovò la solitudine.
giovedì 8 agosto 2013
Ionio
Lancio sassi irrilevanti
nell'enormità del mare
che insiste col respiro
sulla riva, dialogando
impassibile col cielo.
Anche i tuffi dei bagnanti
dentro bocche e occhi di luce
sono poco più che gocce di pioggia.
Si può far vacillare l'orizzonte?
Si può spaventare l'immenso?
nell'enormità del mare
che insiste col respiro
sulla riva, dialogando
impassibile col cielo.
Anche i tuffi dei bagnanti
dentro bocche e occhi di luce
sono poco più che gocce di pioggia.
Si può far vacillare l'orizzonte?
Si può spaventare l'immenso?
sabato 6 aprile 2013
Don't try Suicide
Ho pensato la tua morte,
la resa a dio, il suicidio:
tu eri un missile e ti schiantavi al suolo
facendo esplodere tutta la terra,
il tuo urlo era l'universo
e ricadeva nel vuoto.
Meglio non sarebbe stato
il tuo lieve penzolare
appesa al cielo
in scia alla falce, quella maledetta
che cancella rubriche telefoniche
come l'oblio.
Cos'altro può gridarti la pistola
all'orecchio se non BANG?
Sarebbe la fine del futurista
noto come Majakovskij,
la polvere da sparo
non conosce misteri.
Inghiottire le pasticche
mischiate ai mazzi di fiori,
in un veliero, o nell'oblunga vasca,
sarebbe un dolce e sensuale conato,
quasi silenzio.
Allora ho scongiurato l'uccellaccio
affinché fosse prudente
e non azzardasse picchiate:
desidero che la tua morte sia
una bolla di sapone che scoppia,
o se preferisci l'epica
il fiume che annega nel mare
quando il sole si addormenta.
la resa a dio, il suicidio:
tu eri un missile e ti schiantavi al suolo
facendo esplodere tutta la terra,
il tuo urlo era l'universo
e ricadeva nel vuoto.
Meglio non sarebbe stato
il tuo lieve penzolare
appesa al cielo
in scia alla falce, quella maledetta
che cancella rubriche telefoniche
come l'oblio.
Cos'altro può gridarti la pistola
all'orecchio se non BANG?
Sarebbe la fine del futurista
noto come Majakovskij,
la polvere da sparo
non conosce misteri.
Inghiottire le pasticche
mischiate ai mazzi di fiori,
in un veliero, o nell'oblunga vasca,
sarebbe un dolce e sensuale conato,
quasi silenzio.
Allora ho scongiurato l'uccellaccio
affinché fosse prudente
e non azzardasse picchiate:
desidero che la tua morte sia
una bolla di sapone che scoppia,
o se preferisci l'epica
il fiume che annega nel mare
quando il sole si addormenta.
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sabato 1 settembre 2012
Liguria
Il mare è un amico eppure minaccia
nel temporale mordendo le case,
che sia levante o ponente è irritante
quando il sole nasconde la faccia.
Le valli tengono per sè i torrenti
e aprono itinerari misteriosi,
ho la testa appesa a un cavalcavia
su tristi secche di ciottoli e arbusti.
Non so dove voltarmi
e tra le due metà qual è la mia?
Io sogno di addentrarmi
e vedo cicatrici, dalle vette,
dagli apici scivolando alle foci
nella natura, ruvida, alla morte
che la mia vita, minuta, estromette.
nel temporale mordendo le case,
che sia levante o ponente è irritante
quando il sole nasconde la faccia.
Le valli tengono per sè i torrenti
e aprono itinerari misteriosi,
ho la testa appesa a un cavalcavia
su tristi secche di ciottoli e arbusti.
Non so dove voltarmi
e tra le due metà qual è la mia?
Io sogno di addentrarmi
e vedo cicatrici, dalle vette,
dagli apici scivolando alle foci
nella natura, ruvida, alla morte
che la mia vita, minuta, estromette.
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Giara
La spuma genera una giara d'ombra:
sei tu, superlativa nei tuoi fianchi,
che lasci scolar luce dai capelli,
serico gioco di sale e riflessi.
La risacca ti tiene alle caviglie
eppure la tua fortuna procede,
oltre i limiti imposti dal pudore
sta l'infinito esprimersi del corpo
che sovrasta il mare.
sei tu, superlativa nei tuoi fianchi,
che lasci scolar luce dai capelli,
serico gioco di sale e riflessi.
La risacca ti tiene alle caviglie
eppure la tua fortuna procede,
oltre i limiti imposti dal pudore
sta l'infinito esprimersi del corpo
che sovrasta il mare.
lunedì 27 agosto 2012
Creola
Robuste redini al morso del Sole,
canapa scura intrecciata alla notte,
la scia dei tuoi capelli è un'alba reale
che fa piegare ad arco il desiderio.
La salvezza riposa sul tuo seno
come una foglia caduta sull'ebano,
tenera oliva dai fianchi di terra
le tue gambe hanno la forza degli alberi.
Altare di corteccia profumata,
gesto che irrompe nelle circostanze,
frugando come ruscello nell'erba
la tua bellezza creola ha disturbato
del mare la tranquilla tracotanza
e la stabilità delle montagne.
canapa scura intrecciata alla notte,
la scia dei tuoi capelli è un'alba reale
che fa piegare ad arco il desiderio.
La salvezza riposa sul tuo seno
come una foglia caduta sull'ebano,
tenera oliva dai fianchi di terra
le tue gambe hanno la forza degli alberi.
Altare di corteccia profumata,
gesto che irrompe nelle circostanze,
frugando come ruscello nell'erba
la tua bellezza creola ha disturbato
del mare la tranquilla tracotanza
e la stabilità delle montagne.
sabato 16 luglio 2011
Colpa
Mi sono rifugiato
nel punto più lontano
dal tuo sguardo impaurito
per le mie perversioni.
Spogliata, magra e gracile,
nella mia intimità
strappai petali dalla
tua carne luminosa,
per raggiungere il sole
che illumina le schiene,
e spiegargli all’orecchio
che afferrai nel mio sonno
gambe ansimanti con il mento alzato.
E’ accaduto stanotte,
una menzogna estiva:
ho aperto gli occhi con accanto un angelo
ed ero solo;
perdona le mie mani immaginarie,
scorda la presunzione
delle labbra di nuvola,
se un vento misterioso
ha scaldato il tuo letto.
Con che pudore il mare,
simile al senso di colpa che incombe,
nasconde le sirene dell’inconscio,
tue imitatrici.
Ora sfoglio il giornale,
mi chiedo dove sei,
piego lo sguardo
e non vedo alcun vestito,
ma la sabbia su cui hai sdraiato il seno,
signora dei miei sogni.
E’ inevitabile
il mio impatto con te.
nel punto più lontano
dal tuo sguardo impaurito
per le mie perversioni.
Spogliata, magra e gracile,
nella mia intimità
strappai petali dalla
tua carne luminosa,
per raggiungere il sole
che illumina le schiene,
e spiegargli all’orecchio
che afferrai nel mio sonno
gambe ansimanti con il mento alzato.
E’ accaduto stanotte,
una menzogna estiva:
ho aperto gli occhi con accanto un angelo
ed ero solo;
perdona le mie mani immaginarie,
scorda la presunzione
delle labbra di nuvola,
se un vento misterioso
ha scaldato il tuo letto.
Con che pudore il mare,
simile al senso di colpa che incombe,
nasconde le sirene dell’inconscio,
tue imitatrici.
Ora sfoglio il giornale,
mi chiedo dove sei,
piego lo sguardo
e non vedo alcun vestito,
ma la sabbia su cui hai sdraiato il seno,
signora dei miei sogni.
E’ inevitabile
il mio impatto con te.
lunedì 12 aprile 2010
Mare e grano
Sei la perfezione del mare.
Ed io, l’errore delle onde,
con mani di spume impazzite
getto vento sulla scogliera,
e così costringo la terra
alla tua curvatura dolce,
lo zenit d’azzurro disteso
sotto la cortina del cielo,
che svela un inguine di luce
dentro lo specchio parallelo
che assomiglia alla mia mente.
Proprio mentre il sole m’assorbe
e il grano cresce.
lunedì 8 febbraio 2010
Genova 2009
Mi porta una lunga serpe di cemento
oltre la barriera di casamenti
nell'abbraccio d'acciaio di Genova.
La sera sudicia
un sogno mi evita
fugge per i carrugi
e ha paura del porto:
quanto dista la mia anima?
Perché è più bello bere,
per dirsi vigliaccamente infiniti:
ho i piedi grandi tutta quanta l'acqua,
il mio petto alto è il cielo poderoso
e la mia testa ciò che non si vede.
La settima allucinazione assurda
è il fantasma di una farfalla umana:
la sua piccola mano tocca un'onda
e muove tutto il mare.
La lascio posare in terra e le dico:
Ehi, bambina bianchissima,
se io sono Genova tu sei il mare,
mi potresti aspettare?
Lo sai, è più bello bere,
poi baciarti e dormire
nel tuo soffice buio.
02/02/2009
oltre la barriera di casamenti
nell'abbraccio d'acciaio di Genova.
La sera sudicia
un sogno mi evita
fugge per i carrugi
e ha paura del porto:
quanto dista la mia anima?
Perché è più bello bere,
per dirsi vigliaccamente infiniti:
ho i piedi grandi tutta quanta l'acqua,
il mio petto alto è il cielo poderoso
e la mia testa ciò che non si vede.
La settima allucinazione assurda
è il fantasma di una farfalla umana:
la sua piccola mano tocca un'onda
e muove tutto il mare.
La lascio posare in terra e le dico:
Ehi, bambina bianchissima,
se io sono Genova tu sei il mare,
mi potresti aspettare?
Lo sai, è più bello bere,
poi baciarti e dormire
nel tuo soffice buio.
02/02/2009
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