Seni si sporgono:
un pensiero nascosto
si posa sopra.
---
Respiri forte,
nel crescendo ansante
mi sento dio.
---
Gambe lunghe, tue,
s'annodano al mio collo:
io sono vortice!
---
Urto toccante:
angelo d'alba e fiamma
mi hai turbato.
---
Che cerchi a terra?
Desidèri improvvisi
del re rapace?
---
Dolce la luce
che ti avvolge i fianchi:
luna da dietro.
---
Mi rendi enorme:
montagna a dismisura
fino a sfiorarti.
---
Spalanca il tempio
che arrossa i ciliegi:
è primavera!
---
So cosa cola:
alla fonte del miele
lavo la bocca.
---
Quando erba morbida
bagna il prato di te,
io entro dentro.
---
L'ape alle labbra
sbircia il fiore che oscilla,
insetto ansioso!
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sabato 9 maggio 2015
domenica 8 marzo 2015
Senza titolo
La donna s'addormenta
sopra il petto spazioso
nuda nella tormenta,
dentro il letto ventoso
e mi spaventa
dovermi fare frammento radioso:
la mia morale stenta,
non ne vado orgoglioso.
Lei quando s'alza scuote il pensiero:
ché riflessa nei fianchi sta la stanza
come cadesse in cielo
invertendo il verso della luce,
mentre l'odore danza,
acre amore e mistero.
sopra il petto spazioso
nuda nella tormenta,
dentro il letto ventoso
e mi spaventa
dovermi fare frammento radioso:
la mia morale stenta,
non ne vado orgoglioso.
Lei quando s'alza scuote il pensiero:
ché riflessa nei fianchi sta la stanza
come cadesse in cielo
invertendo il verso della luce,
mentre l'odore danza,
acre amore e mistero.
venerdì 23 gennaio 2015
Margot
Hai il pudore ai piedi
pieghi lo sguardo per non calpestarlo,
ingenua non ti chiedi
se il tuo viso è sceso nel mio impaccio:
perché nient'altro che il tuo vuoto vedi
nel rito piatto e chiassoso del sabato,
tu nella luce siedi
col tuo violento abito.
Alzarti il mento chino
sarebbe come sollevare il vento
che mischia occhi e pianeti,
perciò annego la notte nel vino
mentre evito a stento
che il desiderio di te si disseti.
pieghi lo sguardo per non calpestarlo,
ingenua non ti chiedi
se il tuo viso è sceso nel mio impaccio:
perché nient'altro che il tuo vuoto vedi
nel rito piatto e chiassoso del sabato,
tu nella luce siedi
col tuo violento abito.
Alzarti il mento chino
sarebbe come sollevare il vento
che mischia occhi e pianeti,
perciò annego la notte nel vino
mentre evito a stento
che il desiderio di te si disseti.
venerdì 19 dicembre 2014
Cielo
Stanco come le stelle aggrappate
al firmamento con braccia di luce
ho goduto almeno del tramonto
e del suo canto di nuvole rosa,
il cielo è la misura che riduce
a mugolio ogni nostro tormento.
al firmamento con braccia di luce
ho goduto almeno del tramonto
e del suo canto di nuvole rosa,
il cielo è la misura che riduce
a mugolio ogni nostro tormento.
mercoledì 26 marzo 2014
Marzo
Riempie lo spazio la pioggia sonora
da luminose e volubili nubi,
da luminose e volubili nubi,
apro le ali per averla tutta
ma la fortuna appartiene alla terra.
Un uomo è troppo piccolo
quando la donna amata è il temporale
con squarci di luce tiepida
alta anticipa le virtù di maggio.
giovedì 8 agosto 2013
Ionio
Lancio sassi irrilevanti
nell'enormità del mare
che insiste col respiro
sulla riva, dialogando
impassibile col cielo.
Anche i tuffi dei bagnanti
dentro bocche e occhi di luce
sono poco più che gocce di pioggia.
Si può far vacillare l'orizzonte?
Si può spaventare l'immenso?
nell'enormità del mare
che insiste col respiro
sulla riva, dialogando
impassibile col cielo.
Anche i tuffi dei bagnanti
dentro bocche e occhi di luce
sono poco più che gocce di pioggia.
Si può far vacillare l'orizzonte?
Si può spaventare l'immenso?
martedì 23 aprile 2013
Acquarelli
(Poesie inserite in un catalogo, distribuito anche in inglese, di 330 acquarelli di artisti europei e brasiliani in occasione dell'evento 'FabrianoinAcquarello - Fabriano in Watercolour 2013' organizzato dalla InArte di Anna Massinissa).
I.
Il cielo è lo spettatore magnifico
le cui schegge ci strappano lo sguardo
gli uomini colgono luce da terra
perché il colore ha potere salvifico:
nudo, disteso, gravido
come un ventre di donna,
mentre piogge invisibili
fanno la carta fertile.
L. Allegrini
II.
Il fiume Giano,
come dio dei vuoti,
esorta cose semplici
a farsi miracolo.
Da acqua e fibre,
regali di cielo e terra:
vuota, nuda,
preziosamente
inviolata come Eva,
la bianca carta.
L’artista
che dissacra
per suo piacere,
in agognata frenesia,
vi sparge l’immaginato
sfregando setole
su tazze d’acqua e colori
rubati alle infinite gradazioni
del conosciuto.
Forme, della sua realtà,
sul foglio vede mutate
come betulle specchiate
in un lago increspato.
Si manifesta un prodigio.
Mauro Allegrini
I.
Il cielo è lo spettatore magnifico
le cui schegge ci strappano lo sguardo
gli uomini colgono luce da terra
perché il colore ha potere salvifico:
nudo, disteso, gravido
come un ventre di donna,
mentre piogge invisibili
fanno la carta fertile.
L. Allegrini
II.
Il fiume Giano,
come dio dei vuoti,
esorta cose semplici
a farsi miracolo.
Da acqua e fibre,
regali di cielo e terra:
vuota, nuda,
preziosamente
inviolata come Eva,
la bianca carta.
L’artista
che dissacra
per suo piacere,
in agognata frenesia,
vi sparge l’immaginato
sfregando setole
su tazze d’acqua e colori
rubati alle infinite gradazioni
del conosciuto.
Forme, della sua realtà,
sul foglio vede mutate
come betulle specchiate
in un lago increspato.
Si manifesta un prodigio.
Mauro Allegrini
domenica 7 aprile 2013
Paradosso
Il giorno dice che esisti e la luce
non dà alcuna risposta:
tutto sembra un terribile deserto
popolato di assenti
e insetti disordinati.
Essere marionette della notte
è una farsa più semplice:
penso eppure non sono,
il paradosso è la mia salvezza
in attesa dell'alba.
non dà alcuna risposta:
tutto sembra un terribile deserto
popolato di assenti
e insetti disordinati.
Essere marionette della notte
è una farsa più semplice:
penso eppure non sono,
il paradosso è la mia salvezza
in attesa dell'alba.
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lunedì 8 febbraio 2010
Exarchia
Ricordo un luogo per eretici nel cuore di Atene. A fianco di piazza Exarchia c’era un centro sociale con su una bandiera anarchica malcucìta ma orgogliosa, consunto e nascosto tra una schiera di vecchie case diroccate appese appena a se stesse, e incastrato dentro quelle strade, strette come cicatrici di cemento rimediate negli anni 60 o chissà, forse molto prima. Le scale salivano lungo un corridoio stretto, un cunicolo, e voltavano sul perno di due pianerottoli. Al secondo piano, che dava su ambedue le stanze affiancate e separate da un canterto, c’era un palco rialzato da terra giusto un palmo, con sopra un gruppo che preparava gli strumenti per il concerto e un anziano scapigliato col basco e le ganasce da bulldog, imbronciato e grasso come una vecchia mucca stanca. La luce naturale era già scesa, che il gruppo aveva cominciato a suonare, erano deliziosi sfumati in quell’atmosfera surreale di colori, perché di blu verde e rosso erano verniciate le pareti del centro sociale. E facevano musica molto bella. I quattro componenti mischiavano le spigolosità del rock con la cadenza e la melodia popolare greca. Il cantante suonava a volte la fisarmonica, o altri strumenti della tradizione amplificati, come il rembetiko, una sorta di mandolino che si potrebbe paragonare ad una più piccola riproduzione dei fianchi materni, un accenno di fecondità. E anche vibrava il diaframma in modo meraviglioso, ricalcando un lamento che vaga tra le genti e sta inciso nel vento, probabilmente, per tutto il basso Mediterraneo. Nella bellezza della cultura risiede tanta parte della fratellanza tra i popoli, pensavo, mentre quella splendida litania profana evocava il pianto comune dell’incredulità di chi ha compreso che il grembo materno della terra, che fecondata dal sole partorisce spontanea tanta bellezza, non è soltanto la giovane vita che ostenta. Perché poi se la riprende tutta quella vita, la inghiotte, la trasforma nell’antica erbaccia della morte. Ero lì dunque, bevevo una birra, fumavo il mio drum, fissavo l’anziano scapigliato. Il quale ha osservato la band, immobile, con la saggezza muta di una pietra, finché non ha afferrato, quasi con arroganza, il microfono e ha preso a declamare, con la rabbia ruvida della vecchiaia, fiumi di sillabe concitate, incalzate dal ritmo folk-rock e dalle note del rembetiko. Il vecchio, mi hanno poi detto, era un noto poeta surrealista greco. Quella vacca enigmatica. La globalizzazione non è una cattiva cosa, tutt’altro, purché non faccia deserto di queste preziose realtà. 26/05/2007
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Acqua
Performance per il Festival Multietnico di Fabriano del 2007, che aveva come tema il rapporto tra uomo e acqua, vale a dire tra l'uomo e la sua primaria fonte di vita.
(Il maestro di cerimonia)
Un giorno arrivò tra gli uomini un derviscio che non aveva nome, e le sue preghiere non avevano una patria. Egli sembrava una nube leggera che aveva per tutti fresche parole di conforto. I suoi occhi erano raggi di luce, i suoi polsi solidi tronchi, le sue dita lunghe radici. Cosa cerchi?, gli chiedevano gli uomini incuriositi, poiché sino alla loro terra arida nessun forestiero era mai arrivato. L’oro, gli faceva quello prima di allontanarsi nel bosco secco. Ma nella valle non c’era oro, solo sassi spigolosi, e tutti lo sapevano. Così un giorno un giovane tra gli uomini, intimorito dalla sua povera statura, gli disse: Maestro, qui ci sono soltanto la terra e il duro lavoro.
(Tutti)
Maestro, qui non c’è nessun nettare,
le nostre mani così screpolate
tra di loro non riescono a congiungersi.
Tanto meno c’è ciò che voi cercate
quell’oro che rende l’uomo più ricco.
(Il maestro di cerimonia)
Il derviscio guardò severo come un temporale il giovane uomo. E gli rispose: Io non cerco l’oro che ha i riflessi della ricchezza, ma quelli della vita. Molti che avevano udito si allontanarono spaventati da quelle parole incomprensibili. Poi la voce del derviscio si fece più chiara, e accarezzò il capo del giovane uomo come una pioggia di primavera: Seguimi nel bosco, oggi troveremo l’oro e lo regaleremo a tutti, poiché a tutti appartiene. Molti che avevano udito si ritrassero pensando che il vecchio fosse pazzo. Il giovane uomo, invece, lo seguì senza chiedere oltre, attraverso i sentieri ricoperti di foglie caduche, che sono le lacrime che piangono gli alberi quando sono rinsecchiti. Il derviscio non parlò per tutto il tempo, poi, arrivato in un punto, s’inginocchiò, aprì le mani per ricevere la provvidenza e, sotto gli occhi del giovane uomo, così pregò:
(Tutti)
Padre nostro, benefica bocca,
dei tuoi figli dà ascolto alla sete.
Dalla falda risplendi, risorgi
oh fiume, così in limpido sangue
discendi dalla causa, nutrendo
la crosta della terra che attende.
Quel vino, eucaristia fresca e semplice,
lui di vivere a tutti permetta.
In zampilli ed in vortici minimi,
padre nostro accarezza la terra
con le punte dei tuoi piedi liquidi.
Rimetti a noi la pioggia, ricoprici
del canto della fonte. Con putridi
petroli affogherai i peccatori,
e mai salvo nessuno sarà.
Con l’acqua tornerai nella luce,
darai come una foce da bere
a chiunque chiederà. Conduce
l’amore all’acqua e l’acqua all’amore,
perché la grazia è in tutte le cose
di vita bisognose.
(Il maestro di cerimonia)
Il giovane uomo vide sgorgare l’acqua da una ferita della terra di cui prima non si era accorto, si accostò al guizzo che intanto si faceva ruscello, e di quel minuscolo prodigio bevve avidamente. Essa aveva il sapore e il colore del cielo. Il giovane uomo capì che era proprio grazie all’acqua che la vita gli scorreva nelle vene. E mentre l’aria si faceva più pura e i prati si facevano verdi, e gli alberi di nuovo sazi gonfiavano tronchi e chiome, tutti a valle che avevano udito le parole del derviscio capirono di che oro il saggio aveva parlato: dell’acqua, l’unica ricchezza, l’oro che deve appartenere a tutti, per dissetare l’umanità intera. Quando il derviscio e il giovane uomo fecero ritorno dal bosco trovarono le donne e gli uomini indaffarati nelle loro attività. Così, silenzioso, il derviscio poté andarsene umilmente, com’era arrivato, evaporando nella frenesia della festa. Grazie a lui ora gli uomini sanno cos’è che conta:
(Tutti)
Credo nell’acqua, perché forma il mio corpo per più del 70%.
Credo nell’acqua, perché pesa più della mia anima. E perché mi sento
perduto, come caduto laggiù, nel deserto, cercando solo un dio
che pietoso lui bagni le mie labbra, come con mio fratello faccio io.
Credo nell’acqua, perché viene per dare nuova vita a tutta l’umanità.
Credo nell’acqua, perché lei la terra ha trasformato in immensa bontà
cadendo, come la misericordia, per confortare il corpo e i nostri cuori.
Credo nell’acqua, che in quaranta giorni e quaranta notti, i nostri dolori
ha pulito insieme ai nostri peccati, per affidarci di nuovo alla fonte.
Credo nell’acqua, perché forma il mio corpo per più del 70%,
e in lei solo sento l’anima di ruscello.
(Il maestro di cerimonia)
Fratelli e sorelle, siamo oggi qui riuniti per celebrare insieme l’importanza dell’acqua, poiché essa appartiene a tutti. E rende una chiesa noi tutti, e a noi tutti ci rende una chiesa sola con la natura. Tutto il creato è pervaso d’acqua e senza acqua non esisterebbe la vita, questa fu la lezione del derviscio.
Dunque prendete e bevetene tutti.
(Tutti si mettono in fila per andare a bere vicino al feticcio e al maestro di cerimonia – presso l’“altare” si potrebbe dire, a seconda dell’allestimento -, poi ritornano a posto; dopo la prima celebrazione riparte la processione, la seconda celebrazione continua ancora:)
(Il maestro di cerimonia)
Ora sapete che l’acqua non ha bisogno di essere benedetta, perché già è consacrata dalla nostra sete e dalla sete della natura, e la sua forza limpida e gentile pervade e purifica tutto il nostro corpo. Andate in pace, e date da bere ai vostri fratelli e alle vostre sorelle.
(Fine della processione.)
10/09/2007
(Il maestro di cerimonia)
Un giorno arrivò tra gli uomini un derviscio che non aveva nome, e le sue preghiere non avevano una patria. Egli sembrava una nube leggera che aveva per tutti fresche parole di conforto. I suoi occhi erano raggi di luce, i suoi polsi solidi tronchi, le sue dita lunghe radici. Cosa cerchi?, gli chiedevano gli uomini incuriositi, poiché sino alla loro terra arida nessun forestiero era mai arrivato. L’oro, gli faceva quello prima di allontanarsi nel bosco secco. Ma nella valle non c’era oro, solo sassi spigolosi, e tutti lo sapevano. Così un giorno un giovane tra gli uomini, intimorito dalla sua povera statura, gli disse: Maestro, qui ci sono soltanto la terra e il duro lavoro.
(Tutti)
Maestro, qui non c’è nessun nettare,
le nostre mani così screpolate
tra di loro non riescono a congiungersi.
Tanto meno c’è ciò che voi cercate
quell’oro che rende l’uomo più ricco.
(Il maestro di cerimonia)
Il derviscio guardò severo come un temporale il giovane uomo. E gli rispose: Io non cerco l’oro che ha i riflessi della ricchezza, ma quelli della vita. Molti che avevano udito si allontanarono spaventati da quelle parole incomprensibili. Poi la voce del derviscio si fece più chiara, e accarezzò il capo del giovane uomo come una pioggia di primavera: Seguimi nel bosco, oggi troveremo l’oro e lo regaleremo a tutti, poiché a tutti appartiene. Molti che avevano udito si ritrassero pensando che il vecchio fosse pazzo. Il giovane uomo, invece, lo seguì senza chiedere oltre, attraverso i sentieri ricoperti di foglie caduche, che sono le lacrime che piangono gli alberi quando sono rinsecchiti. Il derviscio non parlò per tutto il tempo, poi, arrivato in un punto, s’inginocchiò, aprì le mani per ricevere la provvidenza e, sotto gli occhi del giovane uomo, così pregò:
(Tutti)
Padre nostro, benefica bocca,
dei tuoi figli dà ascolto alla sete.
Dalla falda risplendi, risorgi
oh fiume, così in limpido sangue
discendi dalla causa, nutrendo
la crosta della terra che attende.
Quel vino, eucaristia fresca e semplice,
lui di vivere a tutti permetta.
In zampilli ed in vortici minimi,
padre nostro accarezza la terra
con le punte dei tuoi piedi liquidi.
Rimetti a noi la pioggia, ricoprici
del canto della fonte. Con putridi
petroli affogherai i peccatori,
e mai salvo nessuno sarà.
Con l’acqua tornerai nella luce,
darai come una foce da bere
a chiunque chiederà. Conduce
l’amore all’acqua e l’acqua all’amore,
perché la grazia è in tutte le cose
di vita bisognose.
(Il maestro di cerimonia)
Il giovane uomo vide sgorgare l’acqua da una ferita della terra di cui prima non si era accorto, si accostò al guizzo che intanto si faceva ruscello, e di quel minuscolo prodigio bevve avidamente. Essa aveva il sapore e il colore del cielo. Il giovane uomo capì che era proprio grazie all’acqua che la vita gli scorreva nelle vene. E mentre l’aria si faceva più pura e i prati si facevano verdi, e gli alberi di nuovo sazi gonfiavano tronchi e chiome, tutti a valle che avevano udito le parole del derviscio capirono di che oro il saggio aveva parlato: dell’acqua, l’unica ricchezza, l’oro che deve appartenere a tutti, per dissetare l’umanità intera. Quando il derviscio e il giovane uomo fecero ritorno dal bosco trovarono le donne e gli uomini indaffarati nelle loro attività. Così, silenzioso, il derviscio poté andarsene umilmente, com’era arrivato, evaporando nella frenesia della festa. Grazie a lui ora gli uomini sanno cos’è che conta:
(Tutti)
Credo nell’acqua, perché forma il mio corpo per più del 70%.
Credo nell’acqua, perché pesa più della mia anima. E perché mi sento
perduto, come caduto laggiù, nel deserto, cercando solo un dio
che pietoso lui bagni le mie labbra, come con mio fratello faccio io.
Credo nell’acqua, perché viene per dare nuova vita a tutta l’umanità.
Credo nell’acqua, perché lei la terra ha trasformato in immensa bontà
cadendo, come la misericordia, per confortare il corpo e i nostri cuori.
Credo nell’acqua, che in quaranta giorni e quaranta notti, i nostri dolori
ha pulito insieme ai nostri peccati, per affidarci di nuovo alla fonte.
Credo nell’acqua, perché forma il mio corpo per più del 70%,
e in lei solo sento l’anima di ruscello.
(Il maestro di cerimonia)
Fratelli e sorelle, siamo oggi qui riuniti per celebrare insieme l’importanza dell’acqua, poiché essa appartiene a tutti. E rende una chiesa noi tutti, e a noi tutti ci rende una chiesa sola con la natura. Tutto il creato è pervaso d’acqua e senza acqua non esisterebbe la vita, questa fu la lezione del derviscio.
Dunque prendete e bevetene tutti.
(Tutti si mettono in fila per andare a bere vicino al feticcio e al maestro di cerimonia – presso l’“altare” si potrebbe dire, a seconda dell’allestimento -, poi ritornano a posto; dopo la prima celebrazione riparte la processione, la seconda celebrazione continua ancora:)
(Il maestro di cerimonia)
Ora sapete che l’acqua non ha bisogno di essere benedetta, perché già è consacrata dalla nostra sete e dalla sete della natura, e la sua forza limpida e gentile pervade e purifica tutto il nostro corpo. Andate in pace, e date da bere ai vostri fratelli e alle vostre sorelle.
(Fine della processione.)
10/09/2007
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martedì 2 febbraio 2010
Mosca VII
La luce non finisce,
domina sopra gli orologi accesi.
Ti farebbe felice
vivere queste notti
dal vento intiepidito
e la coperta corta.
Il buio è il breve ricordo dell’inverno,
non turba più.
E generano giorni
che gli occhi non possono contenere,
seppure in tanti milioni di coppie
disposte verso agosto.
Ai profittatori cadono i denti
e danzano tutti gl’indecenti,
la milizia tiene i fiori nei foderi
e la Duma non decide che dace.
Ti farebbe felice,
se rovesciassimo gl’incubi autarchici
sognando primavere sovversive.
19/05/2008
domina sopra gli orologi accesi.
Ti farebbe felice
vivere queste notti
dal vento intiepidito
e la coperta corta.
Il buio è il breve ricordo dell’inverno,
non turba più.
E generano giorni
che gli occhi non possono contenere,
seppure in tanti milioni di coppie
disposte verso agosto.
Ai profittatori cadono i denti
e danzano tutti gl’indecenti,
la milizia tiene i fiori nei foderi
e la Duma non decide che dace.
Ti farebbe felice,
se rovesciassimo gl’incubi autarchici
sognando primavere sovversive.
19/05/2008
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